Viviamo in un tempo che pretende perfezione mentre crolla da ogni parte. Un tempo che chiede agli artisti di essere innocui, decorativi, addomesticati. Ma noi — attrici, registi, scrittori, fotografi, performer — siamo ancora la deus ex machina che muove la scena quando tutto il resto si immobilizza. Siamo quelli che portano in scena la guerra e la pace, l’amore e l’odio, la ferita e la cura. Siamo quelli che non possono essere zittiti.
In un’epoca che censura, corregge, lima, normalizza, l’errore diventa un atto politico. Una deviazione necessaria. Una fenditura da cui entra luce. The Best Mistake nasce da qui: dall’idea che l’errore non sia una caduta, ma un metodo. Una materia viva che plasma identità, linguaggi, corpi, visioni.
PHOTO davide saleri
ART DIRECTION // STYLING federica lo cascio
TALENT irma ticozzelli
MAKE UP giuliana folisi
HAIR naomi tundo
ASSISTANT PHOTO emanuele bodei
ASSISTANT STYLING thomas amabile




In questo numero abbiamo incontrato Irma Ticozzelli, classe 1996, nata a Vercelli, è un’attrice italiana di teatro e cinema, oggi residente a Roma. Diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, ha lavorato in produzioni dirette da Marco Bellocchio (Esterno Notte, 2022) e Luca Lucini (L’amore in teoria, 2025). È attiva anche in televisione, tra cui DOC 3 (2024) e ACAB (2025). Parallelamente porta avanti un percorso performativo e teatrale che include Le Bakkanti e Never Young!, una docu‑performance sulla figura di Lolita.
Irma appartiene a quella generazione cresciuta nel collasso delle certezze, nel rumore delle crisi, nella stanchezza delle istituzioni culturali. Una generazione che non ha più il privilegio dell’ingenuità, ma che proprio per questo ha sviluppato una forza propulsiva nuova: immaginare l’impossibile quando tutto sembra già scritto.
Irma non parla per compiacere. Non parla per rassicurare. Parla per aprire. E in un mondo che tenta di chiudere bocche e restringere linguaggi, questo è già un gesto di resistenza.
Qual è l’errore più grande che hai fatto nella tua vita? E ti ha insegnato qualcosa? Non ho rimorsi né rimpianti. Se penso all’etimologia di errare — camminare attraverso le cose, deviare, prendere un sentiero laterale — capisco che l’errore è una ramificazione inevitabile. Non si scappa: si attraversa.
Se devo indicare qualcosa che ancora mi punge, torno all’inizio del mio percorso. Da ragazzina modellavo la creta in uno scantinato, a quattordici anni, e quella materia mi stava già formando. Poi, crescendo in una famiglia che si basava su solidità scientifiche, ho cambiato direzione e ho scelto il liceo scientifico. Quella deviazione, pur dandomi strumenti utili, mi ha fatto perdere un’immagine di me che era già in costruzione. Per un periodo mi ha svuotata, mi ha tolto appetito creativo.
Eppure, proprio quell’errore è diventato il mio insegnamento più grande. Mi ha costretta a cercarmi, a capire chi fossi davvero, generando una serie di altre deviazioni che, una dopo l’altra, mi hanno portata qui. Sono stati errori fertili, necessari. Quando diciamo che gli errori formano, è vero: ti installano il dubbio, ti aprono una fenditura da cui guardarti. Forse se avessi continuato su quella prima strada avrei seguito un’altra traiettoria, ma non avrei scoperto la voce, il dialogo, l’attorialità.
Mi hai già detto che l’Irma che ho davanti è fatta anche di questi errori. Ma chi è Irma oggi? È quella che vedi. Sono il risultato delle trasformazioni, delle cadute e delle risalite. L’errore ha una spinta propulsiva rara: ti obbliga a muoverti, a non restare immobile. Vale nei rapporti, nella materia, nel lavoro. L’errore è come cucire un abito e sbagliare una cucitura: ti apre un mondo nuovo, ti costringe a superare regole e confini, ti regala visioni che non avresti previsto.
La nostra generazione vive i traumi di quella precedente. È troppo tardi per recuperare ciò che abbiamo ereditato? Noi siamo una generazione di confine. Siamo gli apripista di una consapevolezza che ora sta emergendo. Non è facile: abbiamo un’eredità pesante, un peso storico che sembra insormontabile. Ma abbiamo anche una forza propulsiva enorme, una coscienza capace di tessere le fila dell’immaginabile.
Siamo una generazione che, paradossalmente, non ha futuro. È difficile vedere oltre questo tempo sospeso. E odio i paternalismi: chi dice che per noi è tutto facile non ha capito nulla. È avvilente vivere in una società ancora governata da chi non vuole spostarsi di un millimetro, da chi ha creato questo sistema e continua a difenderlo.
Eppure, la nostra generazione è fortissima.
Penso spesso a Elsa Morante: il destino come colpa, come qualcosa con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno. Ma anche come motore, come possibilità di essere molte cose oltre noi stesse, grazie a un’immaginazione radicale.
Io credo che abbiamo bisogno di riappropriarci dell’utopia. Riconoscere la distopia serve solo a generare nuove utopie. Ed il cinema è quel sogno da cui attingere.
Quanto possono dare il teatro, il cinema e le arti performative allo sviluppo emotivo delle persone? Possiamo — e dobbiamo — osare di più. Interconnettere, ribaltare, rischiare. Il già visto è rassicurante, replicabile, ma non basta. La genialità esiste anche nella ripetizione, certo, ma serve un rovesciamento.
Sto scrivendo una mia raccolta poetica e sto osando molto con la parola, che per me è corpo, materia. So che sarà difficile perché è qualcosa che scardina. Penso ad Artaud: osare anche nella mostruosità.
Questo mi riporta ai bambini: l’essenza dell’infante che non conosce, osa, sbaglia. Come nella meditazione zen, che è arrivare al nulla, al non giudizio. Esatto, senza sovrastrutture. Liberarsi dell’essenza primaria giocando, sognando, tornando a essere bambini dentro l’adulto, il quale non ha paura di sbagliare, poiché non si vergogna. Ed ecco infatti che la vergogna arriva subito, fin da bambini, perché è la prima sovrastruttura che ci viene lanciata addosso.



Un’artista, regista o cantante che ti ha formato al punto da pensare: “Vorrei essere quella persona lì”? Amo profondamente la poesia, quindi cito Anna Achmátova: il suo modo di essere donna, la sua inquietudine, la sua complessità mi hanno sempre affascinata.
Nel contemporaneo, un’attrice che mi sta rubando il cuore è Elle Fanning.
E tra i registi, per la complessità e l’oscurità psicologica, sicuramente Ari Aster.
Quando scrivi poesie, c’è un’Irma diversa da quella del palco? Dove c’è più essenza? Nella scrittura c’è più essenza, assolutamente. È un veicolo diretto: ci sono io e le parole, che hanno un corpo sul foglio bianco e che chiedono di essere incorporate, spazializzate, sonorizzate.
Essere attrice significa mettersi a disposizione, è un mestiere. Scrivere è un altro mestiere, ma è materico: plasmi. In entrambi i lavori sento una matrice scultorea fortissima, un nucleo interno. Non sono scultrice, ma sono scultorea nel linguaggio.
Vorrei tornare a lavorare la creta, la materia, per la trasformazione.
Che, tornando all’inizio, è un po’ ciò che ti ha lasciato il liceo artistico. O forse ciò che non mi ha lasciato. Ho trasformato quella mancanza in materia mia, con gli strumenti che avevo allora. Non avevo la creta, quindi ho deciso di rendermi io stessa materia.







POETRY irma ticozzelli
