words a cura di abby fede
Siamo andati a vedere Il diavolo veste Prada proprio per capire cosa racconta davvero oggi un film che, volente o nolente, ha segnato un’intera generazione. Non per nostalgia, ma per osservare come il sistema moda viene rappresentato nel 2026: cosa è cambiato, cosa è rimasto identico, cosa viene ignorato e cosa invece viene romanticizzato. Più che una recensione, è un tentativo di leggere tra le righe — perché a volte è proprio lì che si nasconde la verità.
Milano come una cartolina congelata (e perché è un problema narrativo)
Milano sembra essere solo citata: la camera passa velocemente tra Piazza Duomo e le vie più famose, come se la città fosse rimasta identica al 2006. Gli stessi volti già conosciuti ai più — Dolce & Gabbana, Donatella, Cucinelli — la stessa scena consolidata da vent’anni.
Bizzarra parentesi: non viene mai citata Miuccia, la quale però aveva concesso il suo nome al film nel lontano 2006. Forse oggi il diavolo veste altro. Sicuramente non veste nessuno della nuova generazione di designer: nessun brand emergente, nessun linguaggio contemporaneo. O quasi (e qui ci torneremo).

Le recensioni parlavano già di un sequel “nostalgico”, incapace di raccontare davvero il cambiamento del sistema moda, oggi dominato da social, algoritmi e nuovi player. E infatti il paradosso è evidente: il film dice che Milano è antica, ma David Frankel la filma come un museo, ignorando che negli ultimi 15 anni è diventata una delle capitali più dinamiche del fashion system (design, start-up, talenti, scuole, fashion week rinnovata).
Eppure, nessuno parla di Parigi, Berlino o Copenaghen. Sono venuti a registrare da noi: puro stereotipo del Made in Italy? Del ben fatto? Dell’ineguagliabile? O solo una marchettata commerciale?
La scena al Refettorio con l’Ultima Cena di Da Vinci è la prova definitiva: impossibile, irrealistica, grottesca. Una scelta che rivela quanto la produzione preferisca l’Italia da cartolina all’Italia che crea arte oggi, che muove economia culturale e sociale, che forse vediamo solo noi.

Siamo nel 2026 o no?
E qui arriviamo al punto: il linguaggio contemporaneo. Non parliamo di due paroline in inglese durante una riunione, ma di quei temi che dal 2006 ad oggi hanno letteralmente scosso il sistema moda — inclusione, greenwashing, fast fashion, diritti dei lavoratori.
E invece? Il primo pensiero di Runway è la figuraccia fatta parlando di un brand che sfrutta i suoi lavoratori, non l’idea di indagare davvero.
Il film accenna a body positivity, sfruttamento all’interno dell’industria, AI nella moda, ma lo fa in modo superficiale, quasi ornamentale. La scena chiave è quella in cui Miranda dice: “le modelle per la sfilata di Milano saranno body-negative… o positive, perché alla fine…” e viene interrotta. Quel “perché alla fine…” resta sospeso. Forse perché il discorso sull’inclusione non interessa davvero alla narrazione, né al sistema che rappresenta.
E infatti il tema sparisce. Alla sfilata all’Accademia di Brera, tutte le modelle hanno taglie “normalissime” — come direbbe Miranda — e nessuna rispecchia la diversità corporea che il film finge di voler evocare.
La domanda è inevitabile: l’inclusione esiste davvero o è solo un’estetica da applicare quando serve?
Il film inserisce un solo personaggio con una taglia diversa da Nigel, ma è sempre seduto, sempre marginale. Un token, non un cambiamento. Nessuno spazio narrativo.
Non è una critica al film: è una presa di posizione sul sistema moda, che spesso lucra sull’inclusione come linguaggio visivo, non come trasformazione strutturale e sociale.
In tutto ciò, il ruolo della stampa che importanza ha? Noi che importanza abbiamo? È troppo tardi per fare editoria?
Andy dice alla sua attuale situationship: “il giornalismo è più importante degli appartamenti di lusso” (piccolo spoiler: lui costruisce palazzi antichi per dargli nuova vita). E qui si apre un altro paradosso: noi della moda non stiamo salvando nessuna vita, eppure — e lo sapete bene — sembra di star facendo il lavoro più importante dell’intera galassia. Intanto, Emily ci ricorda che “è il retail di lusso attualmente l’unico settore che fa profitti”. La stampa è in crisi. Runway è in crisi. La carta è agonizzante. Il September Issue è un ricordo (come ahimè il Vogue di vent’anni fa). I licenziamenti arrivano su WhatsApp e l’editoriale digitale viene scrollato mentre si fa pipì.
“Gli editoriali di quattro settimane in Africa con Avedon non esistono più.”
E non c’è nulla di più vero. Il loro finto magazine non ha più un cartaceo mensile ma un book annuale: esattamente ciò che molte riviste vere stanno facendo oggi.

Perciò cosa resta da fare: tenere duro per l’editoria o darsi al retail come Emily?
Andy ha sempre rappresentato quella moda che, come responsabilità sociale, ha ancora un potere tra la gente — non solo su come vestirsi. Emily, invece, rappresenta la “modah” con la “h”, come direbbe la nostra amata Gaia Segattini: la moda fatta di lustrini, potere e sfarzo.
Il sequel conferma tutto questo. Emily ora lavora per Dior, il tempio dello sfarzo, del “New Look”, dell’opulenza anche dopo una guerra mondiale. Forse Emily è un Capricorno? Altrimenti non ci spieghiamo tutto ciò.
Il sistema moda, ancora una volta, premia la forma più della sostanza. E il film non risponde davvero alla domanda “la stampa serve ancora?”. Si limita a metterla in scena: Andy viene licenziata mentre riceve un premio (metafora perfetta della fragilità del giornalismo), Miranda non ha più potere assoluto, ed Emily… beh, Emily è Emily. La stampa non è più un’autorità: è un’industria che sopravvive se resta utile ai grandi marchi, a chi paga la pubblicità, agli artisti come Lady Gaga costretta a cantare durante la sfilata pur di avere ancora delle cover. Il magazine ha potere, sì, ma solo economico.
E allora ci chiediamo: è davvero così o è solo una rappresentazione teatrale, uno scenario pirandelliano, un circo che continua a fatturare dietro brand che sfruttano le persone? E non la gente (cit. comprensibile solo a chi ha speso 9,50€ per vedere il film). La risposta la lasciamo a voi.