No, forse non ci interessa più, ma dovrebbe.
words a cura di sara ingenito
Il primo lunedì del mese di maggio, probabilmente, non significa niente per nessuno. Invece qualcosa di significativo accade: il Met Gala, la famosa serata di raccolta fondi per il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York, uno dei musei più importanti degli Stati Uniti.
Per i più, questo evento è una delle più grandi esasperazioni e ostentazioni del lusso moderno, la
massima espressione del consumismo americano, con protagonisti celebrities che sfoggiano
vestiti fuori dall’ordinario, fedeli al tema che cambia ogni anno. E oggi più che mai, in un clima
generale teso a causa dei conflitti mondiali, questo sembra essere l’evento più distopico che si
possa celebrare.

CHI HA SCELTO DI NON ESSERCI
Quest’anno il Met Gala ha smesso di interessare parecchi, Zendaya e Bella Hadid tra le assenze
più percettibili, ed è stata ampiamente discussa l’assenza del sindaco di New York Zohran
Mamdani e della moglie Rama Duwaij: negli ultimi decenni, è la prima volta che il primo cittadino
newyorkese non partecipa alla patinata raccolta fondi. Questa diserzione vede un grande e solo
responsabile: Jeff Bezos che, insieme alla moglie Lauren Sanchez, quest’anno ha finanziato
l’evento con 10 milioni di dollari, probabilmente per elevare il loro status da massimi
rappresentanti del capitalismo contemporaneo a mecenate e protettori dell’industria della moda.
Ecco perché in molti hanno deciso di boicottare il Met Gala: è notorio che il multimiliardario Bezos
e la sua creatura Amazon si mantengano sulle spalle di migliaia di lavoratori sfruttati, oltre ad
avere un legame profondo con Israele, a cui forniscono tecnologie di controllo, cloud e
intelligenza artificiale, supportando il genocidio a Gaza.
Anche le proteste non hanno tardato ad arrivare: in questi giorni la grande mela era tappezzata di
poster contro i signori Amazon, e sembra che, poche ore prima dell’inizio della serata, lo staff del
Met Gala abbia trovato delle bottiglie di finta urina in alcuni punti della Avenue, per non parlare delle
voci di corridoio che ci fanno sapere di alcuni biglietti svenduti a un prezzo più basso.
Soprattutto se presentato così, il Met Gala non sembra altro che uno dei tanti show-off che gli
americani sono molto bravi a fare. La prima cosa che si nota seguendo la serata sono le voci
stridule che urlano “You are so gorgeous, that’s so Prada!” e gli ospiti che cercano di costruire
una frase di senso compiuto su come abbiano scelto il loro abito per la serata, come se fosse
stata una loro idea e non il frutto di una scelta e dello studio di un intero team: stylist, assistente
stylist, secondo assistente stylist, terzo assistente stylist, assistente dell’assistente incaricato a
fare solo resi e ritiri degli abiti. Conoscendo il fashion system, viene sarcasticamente da chiedersi
se siano stati effettivamente tutti pagati o solo retribuiti con quello che ogni giorno viene venduto
come massimo compenso a cui poter aspirare: la visibilità. Resta da capire se prima o poi sarà
possibile anche pagare tasse e affitti con questa.

Ma c’è chi vuole spostare il focus: il passo avanti di Mamdani
Un tema ricorrente nel fashion system è proprio quello degli addetti ai lavori, i dimenticati, quelli
che tengono insieme tutto quello che, agli occhi di chi non ne ha mai fatto parte, sembra un mero
teatrino futile. Potremmo soffermarci anche solo su questo per capire perché un evento come il
Met Gala dovrebbe interessare tutti noi: c’è il lavoro di centinaia, se non migliaia di persone dietro.
E questo l’ha capito benissimo il sindaco Mamdani, che durante la notte del Met Gala ha
promosso un progetto con la fotografa Kara McCurdy intitolato “Work of Art – Turning the lens on the workers that power fashion”, un progetto che celebra il lavoro di chi è dietro le quinte,
accompagnato dalla seguente didascalia:
“While the world’s eyes are on fashion’s biggest night, we’re turning ours to the garment, retail,
and warehouse workers who keep the industry running. From true love found on the picket line to
a free tailoring school out of a Brooklyn basement – meet the New Yorkers who make it all possible.”
Dopo tutto questo, come si può guardare a un evento del genere pensando davvero che sia solo
red carpet e basta? La verità è che la moda è sempre molto di più: è politica, è uno strumento
velocissimo che ci permette di avere uno specchio sempre aggiornato e accurato della società.
Eppure, per ogni evento di moda si assiste all’urgenza di una giustificazione e conseguente
spiegazione del perché la moda tocca tutti noi e perché dovrebbe interessarci, come se fosse una
connessione inaspettata. Una cosa che non succede, ad esempio, dopo la notte degli Oscar – e
qui il ricordo proustiano del monologo di Miranda Priestley sul maglioncino ceruleo nel primo Il
Diavolo Veste Prada è naturale.
Quindi perché un evento come il Met Gala non ci interessa più? Perché ogni volta si perde
un’occasione, come quella di scegliere da che parte stare, e si riempie lo spazio con silenzio e
indifferenza, realizzando delle serate che ormai sono svuotate di anima e totalmente distaccate
dalla realtà. Anche se quest’anno, scegliendo come protagonisti i Bezos, anche il Met, e quindi il
fashion system, forse hanno deciso per la prima volta da che parte stare.
La verità è che abbiamo ancora una possibilità
La speranza che resta è scegliere ancora di interessarci, di guardare oltre le pieghe e i bustini
delle Kardashian, di smetterla di credere che siamo superiori a una cosa così apparentemente
frivola come la moda.
Interessarsi significa conoscere, significa scegliere consapevolmente di mettere sotto i riflettori gli
addetti ai lavori di uno dei settori industriali più grandi nell’economia mondiale, significa avere gli
strumenti per scegliere di boicottare quello che non vogliamo che ci rappresenti, scegliere chi,
come Mamdani, finalmente cerca di far andare le cose nel verso giusto. Interessarci è l’unica arma
che abbiamo per cambiare direzione. O almeno per provarci.


