Di fughe di cervelli ne abbiamo già abbastanza.
Per questo oggi non vogliamo parlare di trend, silhouette o tessuti. Non ci interessa capire quale sarà il prossimo colore della stagione, né inseguire l’ennesima ossessione del mercato. Ci interessa qualcosa di più raro: le persone che stanno ancora costruendo una visione.
In un momento in cui la moda sembra sempre più schiacciata tra numeri, algoritmi e necessità produttive, esistono ancora creativi che continuano a difendere la propria ricerca? Vogliamo scoprirlo non perché sia la strada più semplice, ma perché, pur essendo la più difficile, è sicuramente la più interessante per il futuro.
Dietro ogni progetto ci sono team piccoli, notti infinite, compromessi economici, investimenti personali e una quantità di ostinazione che raramente finisce nei comunicati stampa. Eppure è proprio lì che nasce la moda che conta davvero.
Questi sono cinque creativi che non dovremmo lasciarci scappare.



Flora Rabitti di FLORANIA
Mentre molti parlano di tecnologia, Flora Rabitti guarda alla natura. Ci sono designer che producono collezioni e designer che costruiscono universi. Flora appartiene alla seconda categoria.
Il progetto Florania è diventato negli anni uno spazio di ricerca in cui sostenibilità, immaginazione e osservazione del presente convivono senza trasformarsi in slogan.
La sensazione è che il brand possa crescere molto, ma la ricerca rischia talvolta di rimanere troppo “artistica” e introspettiva. Ciò che vorremmo per questo progetto, che seguiamo dal momento zero, è vedere un linguaggio più immediatamente riconoscibile anche a livello globale, con la forza di urlare tutto ciò che ha dentro e di ampliare l’essenza di una piccola bolla nata nella città di Mantova fino a trasformarla in un centro creativo europeo.
Perché il marchio, fondato sull’upcycling, sulla tintura naturale e su una filiera costruita con pazienza, continua a crescere senza tradire la propria identità.



Vivetta Ponti di VENERDÌ POMERIGGIO
Vivetta Ponti è una designer che ha avuto il coraggio di lasciare il marchio che portava il proprio nome per tornare a una pratica creativa più libera e personale.
E per questo vale la pena fermarsi a guardare.
Con Venerdì Pomeriggio sembra essere tornata all’essenziale. Un progetto indipendente, genderless, costruito su produzioni limitate, tessuti deadstock, artigianato italiano e prezzi volutamente accessibili.
La domanda interessante non è perché abbia aperto un nuovo brand. La domanda è perché abbia sentito il bisogno di farlo.
La risposta si trova nelle sue parole: più libertà, più lentezza, più gioia. Capsule che seguono il ritmo della creatività invece di quello imposto dal calendario. Moda, ma anche oggetti, casa e stile di vita.
In un sistema che continua a chiedere accelerazione, Venerdì Pomeriggio prova a rallentare. E forse è proprio questo il gesto più contemporaneo.



Simone Botte di SIMON CRACKER
Più che un designer, un sistema di pensiero.
Da anni Simone continua a dimostrare che si può costruire una narrazione indipendente senza inseguire le logiche dominanti del settore. L’upcycling qui non è una strategia di marketing. È cultura. È educazione all’immaginazione.
Il suo lavoro sembra muoversi sempre attorno alla stessa domanda: quanto può essere libera la moda quando smette di cercare l’approvazione di qualcuno?
Mentre molti brand rincorrono l’efficienza, la vera forza di Simon Cracker è un’altra: continuare a difendere una moda profondamente umana in un momento storico che sembra voler trasformare tutto in contenuto.



Henri Maheu di HENRI PARIS
Tra i nomi internazionali che stanno scegliendo Milano come terreno di confronto creativo, Henri Maheu è probabilmente uno dei più interessanti.
Fondatore di Henri Paris, il designer arriva da esperienze in maison come Jacquemus, Alaïa e Louis Vuitton, ma invece di rincorrere il futuro attraverso la tecnologia sceglie una strada opposta: guardare agli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta e Sessanta come terreno fertile per costruire il presente.
Le sue presentazioni sembrano piccoli esercizi di resistenza culturale. La recente ricerca sulle figure femminili e sulle icone cinematografiche del secolo scorso, insieme a un lavoro sartoriale rigoroso su drappeggi e costruzione, racconta una moda fuori dal tempo e, proprio per questo, incredibilmente attuale.
Henri Paris ci ricorda che innovazione non significa necessariamente inventare qualcosa di nuovo. A volte significa avere il coraggio di difendere ciò che tutti gli altri stanno dimenticando.



Giulia Spitaleri di SAELF
Tra i progetti più autentici emersi negli ultimi anni c’è sicuramente Saelf.
Fondato da Giulia Spitaleri, designer siciliana, il marchio continua a sviluppare un racconto che intreccia memoria personale, ritualità, arte contemporanea e radici mediterranee.
La nuova presentazione SS27, Sotto lo stesso cielo, parte da un’immagine potentissima: il 10 agosto sulle pendici dell’Etna. Da qui nasce una collezione fatta di neri lavici, terre secche, rossi ruggine, tele vissute e stratificazioni leggere che sembrano custodire una storia precedente.
Saelf non costruisce semplicemente vestiti. Costruisce archivi emotivi.
E, in una stagione in cui tutti inseguono il prossimo trend, questa capacità di guardare dentro di sé rappresenta probabilmente il suo valore più grande. Ciò che amiamo di Giulia è il suo linguaggio personale ma, al contempo, da compaesani vorremmo vedere ancora di più: vorremmo che ci fosse la possibilità di universalizzare ulteriormente quel linguaggio, sviluppando un sistema visivo, siciliano e non, forte quanto il racconto stesso.

1985: l’eccellenza della moda italiana emergente si fa immortalare in un incredibile scatto che ritrae assieme (da sinistra) Laura Biagiotti, Mario Valentino, Gianni Versace, Krizia, Paola Fendi, Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè, Mila Shon, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Franco Moschino e Luciano Soprani.
OLTRE I NOMI, OLTRE LE POLTRONE
Forse quello che manca davvero non sono nuovi creativi.
Forse mancano nuovi mecenati.
Qualcuno disposto a investire nella parte più fragile e preziosa della moda: il tempo necessario perché una visione possa diventare un futuro.
Il punto non è capire dove piazzare questi creativi. Il punto è chiedersi perché il sistema continui ad affidarsi sempre agli stessi dieci nomi, spostandoli da una maison all’altra come allenatori di Serie A.
Perché, se guardiamo alla moda italiana degli ultimi vent’anni, moltissime case hanno preferito scegliere un curriculum rassicurante invece di investire su una visione nuova.
Eppure i nuovi Alessandro Michele, Miuccia Prada o Franco Moschino non arriveranno da una lista di direttori creativi già approvati dal mercato.
Probabilmente stanno presentando oggi, in una stanza troppo piccola, davanti a cinquanta persone, aspettando che qualcuno abbia il coraggio di scommettere su di loro.
E se facessimo un gioco, il “toto designer emergenti”, che ne pensereste di Simone Botte da Moschino o, ancor meglio, da Marni, dove il suo approccio artigianale e imperfetto potrebbe riportare un po’ dell’anarchia poetica dei migliori anni del brand? O di Flora da Philosophy di Lorenzo Serafini, a cui riuscirebbe probabilmente a dare quella profondità culturale che oggi sembra mancare? O ancora di Vivetta da Pucci, perché nessuno oggi riesce a fare fantasia, ironia e femminilità senza risultare caricaturale come lei.
Henri da Valentino? O da Ferragamo? Henri ragiona già come un couturier: ha un pensiero storico e critico, padronanza del taglio, della costruzione e una profonda cultura dell’abito.
E, per finire, Giulia. La vediamo molto bene da Fendi o, forse ancora di più, da Gianfranco Ferré, dove potrebbe essere una scelta geniale. Oggi quel brand dovrebbe essere ricostruito da zero e, per rifondare un marchio, serve un autore, non un manager.
E in questa lista potrebbero esserci anche nomi come Federico Cina e Lorenzo Seghezzi, oggi meno presenti sulla scena ma tutt’altro che dimenticati. Perché il talento non sparisce quando smette di fare rumore.
C’è soltanto bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di scommettere su di loro. Perché il futuro della moda italiana non nascerà dall’ennesimo cambio di poltrona. Nascerà da chi avrà il coraggio di riconoscere il talento prima che diventi una certezza.