Viviamo nell’illusione di abitare un mondo che, fino a pochi decenni fa, sarebbe sembrato utopico. Ma la realtà è più complessa. Per secoli, molte persone LGBTQ+ hanno utilizzato codici segreti, accessori, fiori, colori e simboli per riconoscersi senza esporsi al rischio di persecuzione. Non erano mode frivole né vezzi estetici: erano strategie di sopravvivenza.
Per gran parte della storia umana, essere visibilmente queer significava esporsi a violenze, abusi, discriminazioni. Già dall’Ottocento compaiono segnali per identificarsi all’interno della comunità: dai fiori vittoriani al gergo della Guerra Fredda, dalle sottoculture leather alle moderne bandiere dell’orgoglio. Alcuni simboli, però, hanno radici ancora più antiche.
Il garofano verde
Nel Regno Unito, l’emendamento Labouchere del 1885 criminalizzò la “grave indecenza” tra uomini, un’accusa volutamente vaga che poteva includere qualsiasi gesto affettivo, persino una lettera.
Nel 1892, Oscar Wilde si presentò alla prima di Lady Windermere’s Fan con un garofano verde all’occhiello. Per la società londinese era un vezzo eccentrico; per gli uomini queer in platea era un messaggio silenzioso: ti vedo.

Wilde non inventò il simbolo: il garofano verde circolava già nei circoli clandestini londinesi. Ma indossandolo pubblicamente, lo trasformò in uno degli esempi più celebri di codifica queer — l’uso di segni visivi per comunicare identità e appartenenza a chi sapeva interpretarli. Paradossalmente, Wilde fu incarcerato nel 1895 proprio in base alla legge che puniva la “grave indecenza”. Morì in esilio tre anni dopo il rilascio.
Negli Stati Uniti, negli anni ’50, migliaia di dipendenti federali furono licenziati per sospetta omosessualità, considerati vulnerabili al ricatto sovietico. La “Lavender Scare” fu una caccia alle streghe che colpì soprattutto uomini gay e donne lesbiche.
In Europa, la Germania nazista marchiava gli uomini omosessuali nei campi di concentramento con un triangolo rosa rovesciato. Si stimano 100.000 arresti, 50.000 condanne e tra 5.000 e 15.000 deportazioni nei lager. Molti detenuti subirono esperimenti medici nel tentativo – crudele e fallimentare – di “curare” l’omosessualità.

Le donne lesbiche, non incluse nel Paragrafo 175, non venivano perseguitate solo per il loro orientamento, ma erano comunque colpite come “asociali” se non conformi al ruolo riproduttivo imposto dal regime. Nei campi venivano contrassegnate con un triangolo nero.
Negli anni ’70 e ’90 questi simboli sono stati riappropriati dalla comunità LGBTQ+ come segni di memoria e resistenza.
Evoluzione o involuzione?
Oggi viviamo in una condizione ambivalente. Da un lato, in molte parti del mondo, i diritti LGBTQ+ hanno compiuto progressi enormi: matrimonio egualitario, tutele sul lavoro, adozioni, gestazione per altri, Pride che attirano milioni di persone.Dall’altro, la sicurezza e i diritti restano fragili.
Nel Regno Unito solo nel 2025 sono stati registrati oltre 18.000 crimini d’odio basati sull’orientamento sessualee più di 3.000 contro persone trans. Nel 2026 il governo ha approvato una legge che riconosce i crimini d’odio anti‑LGBTQ+ come reati aggravati, ma il clima sociale resta ostile.
In 62 paesi del mondo l’omosessualità è ancora considerato un reato (66 considerando territori parziali). In almeno 7 paesi è prevista la pena di morte per relazioni tra persone dello stesso sesso.
Per molte persone queer, vivere apertamente, viaggiare o lavorare rimane pericoloso.
E in Italia?
Milano è percepita come una delle città più aperte d’Italia, ci vivo e per carità, lo è davvero. Eppure, negli ultimi mesi, la cronaca ha riportato episodi di violenza e aggressioni che mostrano come la sicurezza non sia mai garantita. Non sempre si tratta di attacchi omofobi, ma questi episodi rivelano quanto la vulnerabilità delle persone LGBTQ+ aumenti in contesti urbani insicuri, soprattutto quando la visibilità diventa un fattore di rischio.
La mia convinzione è semplice: tutti dovremmo far parte della comunità LGBTQ+ in quanto esseri umani, non in base all’orientamento sessuale. Non è l’identità a definire la nostra moralità, ma le azioni. Chi fa del male non è “fuori” dalla comunità: è fuori dall’umanità.
La necessità di avere segnali, simboli, linguaggi condivisi non è scomparsa. Ed è proprio da questa riflessione che, un giorno di aprile, tra chiacchiere e domande esistenziali, è nato il progetto che abbiamo realizzato insieme ad Andrea Gangi.
IBRIDI x TT MAG
Andrea Gangi, designer siciliano, fondatore del progetto IBRIDI, unisce artigianato, cultura pop e sperimentazione materica. Ha appena presentato una sfilata interamente realizzata in upcycling e, per il Pride 2026, ha reinterpretato uno dei suoi charm per creare con noi due oggetti simbolici.
Stiamo parlando dei due charm “PENIS” e “VULVA” x TT MAG , i quali pur essendo semplici simboli pop, diretti e luminosi, sono pensati come piccoli dispositivi di visibilità e autodeterminazione, niente di più.


PIANTAGRANE x TT MAG
Il drop si compone però di tre creazioni totali: agli charm firmati da Andrea di IBRIDI, si aggiunge un terzo pezzo che porta con sé un’altra storia, un’altra voce, un’altra forma di resistenza.
Si tratta del charm “NON È MAI TROPPO TARDI”, nato dalla collaborazione con Sonia di Piantagrane, un brand che ho conosciuto grazie a Maria di PWC Milano, il luogo del nostro primo evento. Sonia crea accessori e abiti in maglia con un’estetica pop, colorata, politica e profondamente femminista: un lavoro che parla apertamente di corpi, autodeterminazione, anticapitalismo, anti‑patriarcato e di tutte le forme di oppressione che ancora ci attraversano.
È stato naturale sentirci allineate. La collaborazione era già iniziata a febbraio, quando i suoi charm erano tra i gift del nostro primo evento. Oggi ritorna con questo piccolo drop, un oggetto che porta una frase che è ormai parte del nostro DNA: “non è mai troppo tardi” , perché “it’s never troppo tardi to be proud“.

Tre charm, tre linguaggi, tre modi di dire la stessa cosa:
siamo qui,
siamo visibili,
siamo insieme.
Infine, perché il verde?
Il verde è il nostro colore — il verde troppo tardi. Ma non solo.
Nell’Inghilterra vittoriana, il verde era associato agli uomini omosessuali. Il garofano verde divenne un simbolo queer grazie a Wilde, e secondo alcune letture anche Walt Whitman utilizzò la pianta per rappresentare l’amore omoerotico.
Un colore che torna, si trasforma, si riappropria. Un codice che continua a parlare.
Il drop è disponibile da oggi online.
Per informazioni e ordini: info in DM su Instagram.
